Scritto da: claudia | Data di pubblicazione: Aprile 4, 2021
L’azionariato critico per Fondazione Finanza Etica
L’azionariato critico è per Fondazione Finanza Etica uno strumento per mettere in evidenza quali sono gli impatti sociali e ambientali delle scelte finanziarie in grandi imprese quotate e le loro scelte di sostenibilità. Per noi le grandi imprese dovrebbero guardare non soltanto i risultati finanziari di breve termine – tipicamente i dividendi per gli azionisti, bensì lo sviluppo a medio-lungo termine dell’impresa e il suo ruolo nella società.Un diverso modo di essere grande impresa
Attraverso l’azionariato critico Fondazione Finanza Etica cerca di prefigurare un modo diverso di essere impresa. E di un tipo particolare d’impresa: quelle quotate in Borsa. Grandi imprese, cioè, in termini di impiegati e fatturato, il cui successo è misurato nella capacità delle azioni di incrementare il capitale finale della società.La raccolta di risparmio avviene, appunto, attraverso l’emissione di azioni o obbligazioni che sono collocate sui mercati regolamentati. Regolamentati da chi? Dal Comitato Interministeriale per il Credito e il Risparmio, dalla CONSOB, con funzioni di vigilanza e controllo; dal Testo Unico della Finanza e dall’Unione Europea, con la direttiva sulla trasparenza.Nelle società quotate chiunque può decidere di investire denaro acquistando azioni, in qualche modo scommettendo che quelle azioni avranno un rendimento positivo. Ciò che conta è il rischio di mercato che si associa al rischio d’impresa.Questa caratteristica delle imprese quotate determina che:- abbiano un gran numero di piccoli azionisti, il cui interesse è spesso molto “egoistico”, frammentato e, in genere, di breve termine. Detto in parole povere, al piccolo azionista al limite interessa poco che l’azienda sia florida e abbia una buona performance produttiva (meno che mai sociale e ambientale); basta che ogni anno gli garantisca un dividendo o comunque la crescita del valore delle azioni;
- l’azienda è controllata, di solito (in Italia), da un azionista di riferimento che detiene di gran lunga il pacchetto azionario maggiore. È questo azionista il vero dominus dell’azienda.
Le Assemblee Generali degli Azionisti
A causa di queste caratteristiche, le Assemblee generali degli azionisti annuali diventano una mera formalità; mentre dovrebbero essere il momento di massima espressione dell’esercizio da parte degli azionisti della funzione di indirizzo e controllo sul management dell’azienda.A voler essere più espliciti, questo dovrebbe essere il momento massimo della democrazia interna in cui i proprietari dell’azienda, tutti, grandi e piccoli, esercitano il loro diritto-dovere di governo attivo e responsabile dell’azienda. Invece tutto si svolge in un’atmosfera felpata e ipocritamente formale: (quasi) nessuna discussione sui punti di contenuto dell’ordine del giorno, in particolare il bilancio e il resoconto sull’andamento dell’azienda nell’anno precedente, nessuna valutazione sull’operato degli organi di governo e sul rinnovo (quando del caso) del CdA; poca attenzione agli atti che definiscono la policy di remunerazione degli amministratori e soprattutto dell’Amministratore delegato.L’interesse dell’azionista di riferimento è che questo passaggio avvenga nel modo più rapido e indolore possibile, così da poter continuare a governare l’azienda decidendone gli indirizzi in altre sedi, meno aperte e democratiche. L’interesse dell’arcipelago dei piccoli azionisti (quando presenti) è quello di arrivare e approvare il punto sui dividendi, cioè sul valore delle azioni in cui hanno investito i loro soldi e, infine, sul “mitico” buffet conclusivo.Molti di loro vedono l’assemblea come un’occasione di visibilità, nella quale hanno la possibilità di prendere il microfono e adulare l’amministratore delegato o mostrare le proprie conoscenze sull’analisi di bilancio o su altri temi.#EnelAGM il buffet. I fasti di @eni #EniAGM sono solo un ricordo lontano. @noisiamoquiSi #foodporn @GiudittaPeliti pic.twitter.com/NBINXiZdW5
— Mauro Meggiolaro (@meggio_m) May 4, 2017
Il ruolo degli azionisti critici
È chiaro che in questa pax societaria e in questo “cimitero” di democrazia interna all’azienda la presenza degli azionisti critici, attivi e responsabili diventa un mal sopportato elemento di disturbo. In realtà non fanno altro che esercitare un loro diritto-dovere di proprietari – in quota parte – dell’azienda, di “cittadinanza attiva” dentro questa comunità particolare che è l’impresa.Di più, crediamo che il loro agire corrisponda nello spirito e nella lettera al mandato contenuto nell’art. 41 della nostra Costituzione.“L’iniziativa economica privata è libera”, ma “non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”.Cosa vuol dire, in concreto, se non il fatto che i cittadini che investono il loro risparmio nelle aziende quotate si rendano protagonisti di vigilare e indirizzare la “propria” azienda in una direzione coerente con questo dettato costituzionale? E, soprattutto, che quando la “propria” azienda devia da questo solco, tutti gli azionisti sarebbero chiamati a intervenire per quanto nei propri poteri a ricondurla dentro questi binari.